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don Enzo Boschetti
Il nostro sacerdozio diventa una provocazione

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Il 4 aprile 1984 don Enzo scriveva in una lettera ai “cari amici sacerdoti”: “Il nostro sacerdozio diventa una provocazione e un fremito di grazia e di Vangelo se collaudato dall’amore credibile che si chiama condivisione”. Questa affermazione è alla radice della vocazione sacerdotale di don Enzo; infatti nella medesima lettera aggiunge: “Per credere nei poveri e in una possibile promozione umana non si può delegare e lasciarsi sempre programmare dai programmi e dai piani di vita, ma bisogna lasciarsi scegliere dagli ultimi, perché di fatto solo Dio e i poveri hanno il diritto di usarci e di servirsi del grande dono della vocazione sacerdotale”.

Don Enzo avvertì infatti ben presto questa urgenza di essere “usato”; la sua decisione di essere tutto di Dio parte dalla lettura della autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino a Villa Sacro Cuore di Triuggio e dal suo incontro, del tutto casuale, con un frate Giuseppe, un religioso carmelitano scalzo, dal cui volto traspare la gioia della completa donazione a Dio: “il suo aspetto semplice e contento mi confermò nel mio proposito di farmi carmelitano scalzo; di più non ne sapevo. Capivo che questa era la volontà di Dio”. Nell’entusiasmo di questa scelta che coinvolge tutta la sua persona non si chiede quale possa essere la sua missione nell’Ordine: “non mi ero posto il problema se come sacerdote o come fratello laico o converso, a me bastava essere arrivato al Carmelo. La mia gioia era davvero profonda tra quelle austere mura”.

Ma subito, appena dopo qualche settimana, si rende conto che la sua chiamata non è completa se, accanto all’impegno del servizio e della vita conventuale, non vi è il dono di sé nel sacerdozio; interessante è la motivazione che, dall’interno, comincia a tormentarlo e che, in seguito, costituirà l’anima della sua vita di sacerdote: “il mio sogno era anche quello di diventare sacerdote per meglio aiutare i giovani ad uscire dalle vanità ed ambiguità del mondo e del peccato. Avevo tanto sofferto per certe schiavitù e volevo fare qualcosa per i ragazzi che come me erano ammaliati dai falsi piaceri mondani”. In lui la vocazione al sacerdozio coincide con quella ad una missione specifica alla quale sarebbe rimasto fedele per tutta la vita.

Per don Enzo essere prete significava servire soprattutto i giovani e gli emarginati; il senso del suo sacerdozio si incarnava in questo servizio, in questo lasciarsi “usare”: “proprio perché i poveri, gli emarginati sono l’Amore di Gesù sulla terra e la ragione del nostro sacerdozio, dono purissimo e misterioso di Dio, non possiamo in nessun modo non condividere le loro sofferenze e la loro insicurezza”, si legge in una sua lettera al Papa.

Ma questa chiamata in don Enzo, allora fra’ Giuliano, genera anche sofferenza profonda: da una parte questa spinta interiore che comincia a diventare ogni giorno più chiara e più pressante, dall’altra quella della obbedienza religiosa intesa come volontà di Dio; una tensione nella quale egli si trova comunque a lottare da solo, con il conforto della preghiera e della fede che in quel momento si rivela davvero eroica: “Senza consigliarmi (e fu l’unica volta nella mia vita che decisi qualcosa di importante senza consigliarmi) accettai come volontà di Dio la decisione dei superiori [...] ero contento di sacrificare il mio ideale sacerdotale in nome dell’obbedienza e di fare una vita che pochi vogliono fare sull’esempio di Gesù a Nazareth”.

È la parentesi della vita nascosta, fatta di preghiera, di umiltà e sacrificio, a Parma nell’Oratorio dei Rossi dove si ferma un anno e mezzo: “Lì ho compreso lo splendore della vita silenziosa di Nazareth con lavori molto umili dove c’era bisogno: la cucina la lavanderia, l’orto, il guardarobiere, l’infermiere, il sacrestano, il portinaio (mi piaceva perché ero direttamente a contatto con i poveri). Anche il questuante con le sue umiliazioni e piccole rinunce e a contatto diretto con ogni ceto di persone, mi aiutò moltissimo spiritualmente”. Forse proprio in quell’anno e mezzo si fortificano le sue radici contemplative che rimangono come note portanti della sua vita spirituale; il suo amore per la preghiera silenziosa davanti a Gesù Sacramentato, l’amore alla Madonna, il bisogno di spazi di solitudine, l’interiorizzare sofferenze e problemi.

La chiamata al sacerdozio sembra essersi assopita, anzi in Fra’ Giuliano si fa strada la vocazione alla missione da lui stesso proposta ai superiori: “Dopo la professione dei voti solenni dissi ai miei superiori che ero disponibile ad andare in missione con il desiderio di un servizio migliore a Dio e all’Ordine”.E qui, in pieno deserto e nello stridente contrasto tra tanta miseria e tanta ricchezza, si riaffaccia con forza la chiamata al sacerdozio: “Dopo qualche settimana e a distanza di quasi sette anni si affacciava fortemente in me la vocazione sacerdotale”.

Sono i poveri che gli riportano prepotentemente nel cuore il desiderio o meglio il tormento di voler essere sacerdote: “Da questi poveri compresi la povertà di Gesù, di S. Giovanni della Croce e di padre De Foucauld, non quella idealizzata. Mons. Ubaldo Stella, essendo anche il mio confessore oltre che superiore e confidente si rese presto conto che in me c’era una non ben definita tristezza o insoddisfazione o disagio. Senza che lui si meravigliasse gli parlai di un grande e profondo desiderio che quasi improvvisamente emerse in me, quando arrivai nel Golfo Persico: il desiderio di diventare sacerdote per meglio servire la causa dei poveri: pur conservando uno stile di Nazareth”.

Una vocazione chiara e nuovamente ben definita: essere sacerdote per servire i poveri, per farsi “usare” da loro fino alle ultime conseguenze, senza limiti. Ma questa volta la chiamata è forte, insistente e non dà tregua; non serve nemmeno la preghiera per assopirla: “ero preoccupatissimo e pregavo molto la Madonna che mi aprisse una strada o mi togliesse quel pensiero del sacerdozio”.

Il sacerdozio di Don Enzo nasce in una sofferenza profonda e lacerante che si ripercuote anche sulla sua salute: “Io ero combattuto tra due fuochi che non mi davano pace: la grande spinta e chiamata interiore a diventare sacerdote per meglio donarmi agli ultimi e per rispondere ad una chiamata che sentivo stranamente essere solo di Dio, e d’altra parte il mio amore sempre grande per l’Ordine e la stima e la riconoscenza che sentivo verso i miei superiori. Mi sembrava che nel realizzare la vocazione sacerdotale avrei tradito l’Ordine e i miei superiori che immeritatamente mi avevano sempre voluto un gran bene. Psicologicamente e fisicamente, questa chiamata che certe volte mi sforzavo di vedere come una tentazione e mancanza di umiltà e fedeltà, mi logoravano terribilmente e si faceva strada un esaurimento nervoso e una lacerazione interiore e un senso di solitudine che mi faceva soffrire terribilmente”.

Questa chiamata che si faceva strada con tanta forza nella sua anima era davvero volontà di Dio o solo una tentazione di evasione e di orgoglio? Le lettere che in quei momenti riceveva dai superiori contribuivano ad accrescere questa tensione, nella quale comunque egli si ritrovava da solo a dare una risposta: “Stavo per rispondere alla tua, quando l’occhio mi è caduto su una frase di S. Ignazio di Loyola - gli scrivono nel luglio 1956 da “Villa Mater Dei” - [...] È proprio di Dio, scrive il Santo, non cambiare e del nemico cambiare ed essere variabile. Questa frase mi è parsa la risposta al tuo dilemma. È proprio di Dio non cambiare: rimani dunque fermo nella tua vocazione [...] L’idea del sacerdozio mi pare in te una tentazione, anche perché quando ti assale cadi in angoscia, dubitando da un parte che Dio ti chiami e incontrando dall’altra tante difficoltà. Ora il Signore non vuole agire turbando e angosciando: Egli è Dio della pace e della soavità [...] sta fermo e contento della tua vocazione di fratello che hai professata [...] Non illuderti con l’idea che essendo sacerdote faresti maggiore bene”.

Si ripetono in quei mesi tra il maggio e luglio 1956 questi richiami a valutare la chiamata al sacerdozio come una tentazione sottile per lasciare la vocazione carmelitana ed il servizio di Dio: “Ho letto e riletto la tua lettera - gli scrive il suo superiore il 14 maggio 1956 - Ci ho pensato dinanzi al Tabernacolo e ho pregato il Signore che mi aiutasse a dirti la sua volontà. Io credo che tutto vada considerato come una terribile tentazione del demonio [...] Devi pensare che non sei più un ragazzo, quindi la capacità di imparare è diminuita, che è tanto tempo che non guardi più i libri di scuola; che, in una parola, ti si potrebbero presentare serie difficoltà che potrebbero scoraggiarti e metterti, Dio non voglia, la tentazione di abbandonare tutto [...] E non credere che sia facile fare il sacerdote, che non ci siano gravi pericoli nella vita di ministero e amare delusioni. La vita non è un paradiso per nessuno”.

È significativo il fatto che don Enzo veda affondare le radici della Casa del Giovane proprio “nel deserto Arabico e nella sofferenza di quei mesi; nelle non piccole difficoltà che incontrai per diventare sacerdote. D’altra parte, se il chicco di frumento non cade in terra e non marcisce, non porta frutto”.

Il ritorno dalla missione è un incentivo per ricominciare tutto da capo, dimenticando questa strana idea, questa tentazione di voler essere prete: “Noi tutti abbiamo chiesto il tuo ritorno in Provincia perché l’opera tua è più che necessaria per tante ragioni [...] Da parte tua dimentica tutto e riprendi il tuo lavoro con gioia e serenità”.

Ma di fronte a quanto avverte dentro di sé Fra’ Giuliano decide di abbandonarsi alla volontà di Dio, sia quello che sia; per lui si trattava davvero di fare un salto nel buio; per diventare sacerdote doveva lasciare l’Ordine perché gli viene comunicato che “i superiori assolutamente non intendono concedere che tu chieda la dispensa solo del quarto voto e rimanga tale in tale stato nell’Ordine”. I fratelli emettevano infatti il voto di umiltà e, come scrive don Enzo: “contrariamente a quanto io avevo ardentemente sperato, se volevo diventare sacerdote, non potevo rimanere nell’ordine, ma l’unica possibilità era quella di uscire chiedendo la secolarizzazione”.

Per lui fu una sofferenza terribile perché, fino a quel momento non aveva mai pensato di esser prete fuori dal Carmelo e di poter vivere questa vocazione se non strettamente connessa a quella carmelitana: “Amavo molto e moltissimo l’Ordine [...] lasciarlo era per me come morire”. Quello che lo spinge a fare questo passo lacerante e ad affrontare la preparazione al sacerdozio a Villa Grazia prima e a Roma dopo, anche qui con non poche sofferenze e difficoltà, è ancora il pensiero del servizio che come prete avrebbe potuto offrire soprattutto ai giovani e ai poveri: “Il forte trauma che avevo provato lasciando il Carmelo, non era perché non trovassi bene o perché i veri e umili lavori che facevo erano pesanti (nulla mi era pesante, ma tutto mi era caro ed amabile) ma perché sentivo in me una forte tensione a donarmi per il bene di tanti ragazzi traviati dal vizio, dal male e dal peccato. Avevo conosciuto il grande bene e la intima gioia della conversione, della libertà in Gesù Cristo e desideravo ardentemente che altri come me arrivassero al porto sospirato della libertà lasciando alle spalle le pesanti schiavitù delle vanità del mondo”.

Diventare sacerdote comporta per lui una scelta radicale, più sentita quasi di quando era entrato al Carmelo: “il mio sacerdozio aveva senso se mi schieravo silenziosamente ma decisamente dalla parte degli ultimi come aveva fatto Gesù”.

Anni dopo, nel 1969, fra le non poche tensioni del suo ministero in quel momento, tornano le ragioni profonde che lo hanno spinto a diventare prete nonostante tutto: “Ho 40 anni, dopo una vita fatta di difficoltà e di sofferenze: gli anni grigi passati a Roma, a Firenze, nel Kuwait, a Concesa specialmente hanno inciso profondamente e non solo in senso positivo. La mia sofferenza di quegli anni era piena di speranza: la gioia di diventare sacerdote! Era tutto per me! e ora lasciatemi fare il prete” - conclude riflettendo sulle difficoltà che stava vivendo.

E torna ancora una volta sull’essenza della sua vita di sacerdote: “Ho sempre aspirato ad una vita impegnata apostolicamente e concretamente evangelica, con una nota tutta particolare di semplicità e povertà; ho sempre desiderato una vita di comunità [...] ho bisogno di calma, di serenità per lavorare e lavorare bene, per trovare nella preghiera il mio Tutto, tutta la bellezza della mia vita sacerdotale”.

“Il grande sogno: essere tutto e per sempre sacerdote nella Chiesa Cattolica per Cristo e per i giovani”, si realizza il 29 giugno 1962 nella cattedrale di Pavia e alla luce di questa meta raggiunta, di questa vocazione maturata in tanta tensione e sofferenza don Enzo scrive: “Tutto il resto era relativo. Il Signore ancora una volta mi donava molto più di quanto potevo meritare. Solo allora capii l’importanza e il valore di questa lunga e a volte dolorosa attesa. Compresi soprattutto quanto fosse provvidenziale l’esperienza dei sette anni al Carmelo con tutte le sue vicissitudini. Anche queste sono servite a prepararmi a vivere il mio sacerdozio con una particolare tensione agli ultimi e ai giovani in difficoltà”. Gli anni della vita di Nazareth, intessuti di lavoro, sacrificio e preghiera lo avevano preparato a lasciarsi “usare” e a quello che don Enzo chiama “il grande avvenimento della Casa del Giovane”.

“Sacerdote per meglio servire la causa dei poveri che sentivo amare come Gesù”, scrive don Enzo e sacerdote diocesano, pur nella dimensione contemplativa del Carmelo che costituiva il tessuto della sua anima: “Comprendevo che il Signore mi voleva nel presbiterio diocesano con un amore umile e contemplativo di vero carmelitano, e precisamente impegnato”.

Strettamente connesso al sacerdozio è dunque il servizio ai giovani e agli emarginati, anche questo germogliato nelle difficoltà, nelle umiliazioni, a volte anche pesanti: “per difendere la causa dei poveri - scrive don Enzo in una lettera del maggio 1969 - dei giovani che vivono nella miseria e nella disperazione, a volte ci vuole anche un po’ di coraggio, oltre che molto amore. Se un sacerdote non facesse questo che senso avrebbe la sua vita? Faccio quel poco che posso e direi molto poco, perché sono un povero uomo che ama tanto i giovani e i più poveri”.

Tutto questo implica per don Enzo la volontà di una vita povera ed essenziale, nella quale gli unici valori necessari sono l’amore e la grande disponibilità a cogliere anche le esigenze più piccole e nascoste di questi fratelli non facili da accogliere e da servire: “Non ci sono molti discorsi da fare: Cristo e le anime ci bastano; Gesù significa gioia, significa spendersi, consumarsi; significa tacere, parlare pochissimo, pregare molto per sentirci in comunione con Lui e con i fratelli, per essere un segno di obbedienza e di umiltà. Ripeto: bisogna parlare poco e pregare molto per fare solo quello che vuole il Signore”. “Le cose di Dio esigono molto silenzio e discrezione”, scrive al vescovo di Pavia il 2 febbraio 1976.

Sembra che per don Enzo questo lasciarsi “usare” dai fratelli non abbia un limite: “La nostra è un’avventura secondo i parametri del Vangelo, meglio i paradossi del Vangelo [...] noi dobbiamo però metterci tutto il nostro cuore per lasciarci stritolare dalla miseria dei fratelli”, scrive in una lettera del 19 gennaio 1976; e ancora: “Aiutare, vivere con i fratelli poveri, morire per loro se Gesù lo vuole. E questo penso sia la nostra meravigliosa condanna. Per amore di Gesù ci condanniamo, da uomini nuovi e risorti, a vivere con i poveri e per i poveri, non a parole, ma alla pari e con i fatti” (lett. 17 ott. 1978).

“Parola di Dio, eucaristia e servizio-amore ai poveri sono un trinomio inscindibile [...] Dove c’è la parola di Dio e l’eucaristia ma non c’è la carità-servizio non c’è la chiesa di Cristo”; una Chiesa dove non ci sono i poveri che sono Gesù, da amare e da servire, secondo don Enzo, è una Chiesa mutilata e un sacerdote che non si mette su questa strada è un sacerdote mutilato perché i poveri si amano solo nella condivisione: “Sono altresì convinto che si amano i poveri se ci convertiamo: convertitevi e credete al Vangelo e volontariamente, sull’esempio del Maestro liberamente ci facciamo poveri e viviamo da poveri e con i poveri nella chiesa”.

Non era uomo privo di realismo e la realizzazione di quest’opera, della Casa del Giovane, “ragione ultima, dopo Dio, del mio vivere”, comportava il coraggio di affrontare giorno per giorno difficoltà, imprevisti, battute di arresto che don Enzo sapeva superare perché si ancorava ad una vita di preghiera e di fede che si potrebbe definire eroica e che sfociava nella speranza teologale; “le situazioni contingenti e imprevedibili” che, come ostacoli, si frapponevano nel cammino, possono essere superate perché “il Signore Gesù, nel quale speriamo, non può non aiutarci quando vede che noi non cerchiamo il nostro tornaconto” e don Enzo aveva chiaro il suo ruolo: “Gesù si serve di noi, poveri, poverissimi strumenti nelle sue misteriose mani”; e ancora di più aveva chiaro quello che sarebbe stato disposto a fare: “Farò tutto il possibile, a costo di continuare a fare l’accattone, ma è un piacere per me, pur di non tradire la speranza di tanti ragazzi che conoscono solo la tristezza del dolore e dell’annientamento” (lett. 22 sett. 1979).

E “tutto - scrive ai confratelli sacerdoti - diventa possibile quando una profonda esperienza con i poveri, che Gesù ha privilegiato, diventa una esigenza irrinunciabile per vivere la pienezza del nostro sacerdozio”.

dott.sa Francesca Consolini
su “Sacerdote per liberare la libertà”

 


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